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Paragrafo 3 . L'accelerazione dello sviluppo economico: il "boom".

     
Mentre  il centrosinistra muoveva i suoi primi pur contrastati  passi,
si   verific  un'accelerazione  dello  sviluppo  economico.  Essa  fu
determinata  dalla  persistenza  dei fattori  che  avevano  consentito
l'espansione  della  fase precedente (basso costo della  manodopera  e
delle materie prime, ampia disponibilit di capitali, relativa vastit
del   mercato  interno  e  internazionale),  cui  si  sommarono  altre
favorevoli  condizioni.  L'ulteriore  miglioramento  della  situazione
finanziaria, derivante dall'aumento degli scambi con l'estero e  dalle
rimesse  degli emigranti, permise l'adozione di una politica monetaria
meno  restrittiva,  che rese ancora pi agevoli  gli  investimenti.  A
tutto  ci  si  aggiunsero anche alcuni eventi  particolari,  come  le
olimpiadi  di  Roma del 1960, che fecero aumentare la domanda  per  le
imprese.
     La  crescita produttiva avvenne secondo ritmi tali da far parlare
di  "boom"  e di "miracolo economico". Dal 1958 al 1963 la  produzione
industriale crebbe al tasso medio annuo del 9,26% (negli anni dal 1951
al 1958 era stato del 7,9), raggiungendo il 45% del prodotto nazionale
(nel  1952  era  del  27). Numerosi stabilimenti di  piccole  e  medie
dimensioni  sorsero  anche  al  di fuori  del  triangolo  industriale,
nell'Italia centro-settentrionale.
     
     [Grafico  non  riportato: Il boom economico in  Italia  tra  il
1953 e il 1963].
     
     I  settori  maggiormente in ascesa erano  quelli  trainanti.  Nel
1963  la  produzione di auto quintuplic rispetto al  1953  (1.100.000
unit,   di  cui  l'80%  Fiat)  e  arrivarono  a  circolare  5.702.547
autoveicoli  (nel  1953 erano 1.186.279), con un rapporto  di  un'auto
ogni  15  abitanti (nel 1956 era di una ogni 36). Determinante  fu  il
successo  delle  nuove  utilitarie Fiat:  dal  1955  al  1965  vennero
prodotte pi di 2.300.000 Seicento; la Cinquecento, lanciata nel 1957,
conseguir risultati analoghi. Tale espansione
     
     p 221 .
     
     fu  favorita  anche da precise scelte politiche: il basso  prezzo
del   carburante   e   della   tassa  di   circolazione;   le   misure
protezionistiche  a  danno  della  produzione  straniera;  il  mancato
potenziamento del trasporto pubblico; la realizzazione di migliaia  di
chilometri di autostrade, che ridussero le distanze tra nord e sud, ma
privilegiarono  nettamente  il trasporto  automobilistico  rispetto  a
quello  ferroviario, rimasto invece caratterizzato dalla inadeguatezza
della  rete  e dei mezzi. A tutto ci si aggiunsero la pubblicit,  il
cinema  e  i mezzi di informazione, che contribuirono a far  diventare
l'automobile un indicatore di status sociale e il simbolo  stesso  del
benessere.
     Rilevante e significativo fu anche l'aumento della produzione  di
altri  beni  di  consumo  durevoli,  come  frigoriferi,  lavatrici   e
televisori  (la televisione cominci a funzionare con un  solo  canale
nel 1954; dal 1955 al 1960 si pass da 1 apparecchio ogni 250 abitanti
ad 1 ogni 60, nel 1965 la proporzione sar di 1 a 8).
     L'espansione   economica   fu   accompagnata   da   un   generale
miglioramento  delle  condizioni  di  vita.  Nel  1963  il  tasso   di
disoccupazione  cal al 3,9% (nel 1959 era del 7%) e  il  reddito  pro
capite  raddoppi  rispetto al 1950. La mortalit infantile  scese  al
40,1  per  mille (92,4 tra il 1941 e il 1950; 52,7 tra il  1951  e  il
1960).  Negli  anni  1960-1962  l'aspettativa  di  vita  alla  nascita
raggiunse i 67 anni per i maschi e i 72 per le femmine (63 e 67  negli
anni 1950-1953).
     Chiaro  effetto  dello sviluppo industriale fu la variazione  nel
numero  di  addetti all'agricoltura, all'industria e ai servizi,  che,
dal  1951  al 1961, passarono rispettivamente dal 42,2 al  28,9%,  dal
32,1 al 40,6%, dal 25,7 al 30,5%. L'Italia era cos diventata un paese
prevalentemente industriale.
     Il  "boom"  non  attenu gli squilibri e i problemi  sociali.  Il
divario tra i diversi settori produttivi rest notevole; l'agricoltura
continu ad essere penalizzata da una ridotta meccanizzazione e da  un
inadeguato  sostegno  dello  stato. Molte terre  vennero  abbandonate,
specialmente  dai  giovani  in cerca di lavoro  nell'industria  o  nei
servizi. La produzione complessiva comunque aument, ma in misura  tre
volte inferiore a quella industriale.
     
     [Grafici non riportati: 1) Tassi di disoccupazione in Italia  tra
il  1959 e il 1985; 2) Reddito nazionale pro capite dal 1951 al  1970;
3) Popolazione attiva nel 1951, 1961 e 1971].
     
     p 222 .
     
     L'arretratezza  del  sud rispetto al nord  risult  aggravata.  I
disoccupati delle regioni meridionali continuarono ad essere il 27% in
pi  rispetto  alla  media  nazionale. Dal 1952  al  1962,  mentre  in
Lombardia  il  tasso  di disoccupazione scese  dal  3,9  all'1,7%,  in
Calabria  pass dal 6,3 al 5. Nel 1961 a sud il reddito era  il  60,2%
della  media nazionale, addirittura inferiore rispetto al 1951, quando
era  del  62,7.  Tutto  ci era il risultato anche  della  sostanziale
inefficacia  degli  interventi dello stato, che  avevano  favorito  la
concentrazione  di grandi insediamenti industriali in alcune  aree,  i
cosiddetti  "poli  di  sviluppo"  (industrie  chimiche  in   Sardegna,
petrolchimiche in Sicilia, siderurgiche a Taranto), attorno  ai  quali
avrebbero  dovuto svilupparsi una serie di piccole e medie  industrie.
Molti  grandi  impianti,  per, non produssero  la  formazione  di  un
tessuto  economico  sufficientemente  ampio  ed  organico,  tanto   da
meritare la definizione di "cattedrali nel deserto".
     Il  differente  livello di sviluppo fece aumentare le  migrazioni
interne.  A partire dagli anni Sessanta, 500.000 persone all'anno,  in
maggioranza uomini in et lavorativa e soprattutto giovani, lasciarono
il  sud,  per recarsi in gran parte nelle citt industriali del  nord.
Qui  al  trauma  del distacco dalla terra natale e dalla  famiglia  si
sommava il disagio per le precarie condizioni abitative e di lavoro  e
per  le  difficolt di inserimento sociale. Cos, mentre nelle regioni
meridionali interi paesi restavano abitati da vecchi, donne e bambini,
al  nord  e  al centro la popolazione urbana aumentava rapidamente  (a
Roma del 30% dal 1951 al 1961, a Milano del 24%, a Torino del 43%).
     Altro  effetto  del "boom" fu la diffusione di  un  atteggiamento
consumistico,  cio della tendenza ad acquistare beni,  che,  pur  non
corrispondendo  a  bisogni  reali, erano  considerati  necessari.  Era
questo il risultato, oltre che delle accresciute capacit di acquisto,
della  pubblicit  e delle varie facilitazioni promozionali  messe  in
atto dai produttori.
     Da  rilevare  inoltre che, mentre i consumi privati tendevano  ad
aumentare, quelli pubblici diminuivano, a testimonianza della limitata
attenzione dei governi per i bisogni sociali. Ne deriv una carenza di
strutture  e  di servizi di utilit primaria, quali scuole,  ospedali,
strade e infrastrutture varie.
     Lo  sviluppo avvenne infine senza che si tenesse conto della  sua
compatibilit  ambientale e dei suoi effetti sulla  salute  umana.  La
motorizzazione  di  massa  caus  i  primi  problemi  di  inquinamento
atmosferico  ed  acustico;  l'espansione  urbana  incontrollata  e  la
costruzione  di  autostrade provocarono degrado  ambientale;  miglior
l'alimentazione,  ma  sal  il  numero dei  decessi  per  tumori,  per
malattie   del   sistema  circolatorio  e  per   incidenti   stradali.
Occorreranno  quasi trenta anni perch, di fronte all'aggravamento  di
tali   problemi  e  grazie  ad  una  aumentata  sensibilit   per   la
salvaguardia dell'ambiente e la sicurezza sociale, si prendano i primi
provvedimenti.
